Nota biografica
La
nota biografica che segue, dedicata soprattutto agli anni della
lotta partigiana, è
un importante punto di riferimento per capire i documenti raccolti
nel libro, alcuni dei
quali riguardano la storia personale di Matilde e Ulisse. Quanto
scritto si basa sulla
testimonianza diretta di Matilde Bassani e sui documenti del
periodo da lei conservati.
Matilde Bassani nacque a Ferrara l'8 dicembre 1918. Fin
da bambina fu educata dai
genitori nel segno dell'antifascismo. Il padre, professore
di tedesco all'Istituto Tecnico di
Ferrara, venne licenziato per le sue idee antifasciste nei
primi anni ‘20. Per seguirlo nei
vari spostamenti dovuti ai cambiamenti di lavoro, la famiglia
fu costretta a trasferirsi
prima a Ceva e poi ad Asti, e infine tornò a Ferrara,
dove Matilde finì di frequentare il
ginnasio e il liceo classico.
Della sua famiglia fecero parte illustri antifascisti, che
influenzarono profondamente la
sua crescita morale e politica. Lo zio Ludovico Limentani,
fratello della madre Lavinia, fu
uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti.
Lui e la moglie Andreina
divennero un punto di riferimento per Matilde, una volta
tornata a Ferrara: a casa loro
incontrava tutti i rappresentanti della cultura antifascista
ferrarese. Ebbe per cugino
Eugenio Curiel, antifascista e combattente nella resistenza,
ucciso dai fascisti nel ‘45:
divennero grandi amici nel periodo in cui Matilde frequentava
l'Università di
Padova in
cui lui insegnava.
Matilde iniziò la militanza socialista mentre frequentava
il liceo, spinta anche dall'esempio
dato dall'amato Professore Francesco Viviani, suo insegnante
di greco e latino – sarebbe
morto a Buchenwald nel 1945 – che la introdusse in
un gruppo di dissenso ferrarese
riunito attorno alla figura di Alda Costa. Cominciò a
darsi da fare con grande entusiasmo.
A casa di Alda Costa il gruppo si riuniva per decidere
come portare avanti la lotta: si
fornivano aiuti alle famiglie degli arrestati, si compilavano
volantini di protesta e si
distribuiva stampa clandestina nelle fabbriche e in città.
Matilde ricorda ancora quelle
riunioni, quelle serate come momenti tra i più felici
della sua vita. La promulgazione
delle leggi razziali, nel 1938, non portò grandi
cambiamenti nella sua vita, essendo già
antifascista e quindi fra i "perseguitati",
ma fu un vero colpo per i molti ebrei ferraresi.
Bisogna però ricordare che molti ferraresi, anche
funzionari fascisti, si mostrarono solidali
verso gli ebrei perseguitati.
Dopo la promulgazione delle leggi razziali i ragazzi ebrei
non poterono più frequentare
le scuole pubbliche. La Comunità ebraica di Ferrara organizzò,
nell'Asilo Infantile di Via
Vignatagliata, una scuola elementare e media per permettere
a questi ragazzi di
sostenere gli esami di fine anno presso le scuole pubbliche.
Matilde insegnava materie
letterarie nella scuola media insieme ad altri ebrei
come Giorgio Bassani e Vito Morpurgo.
Gli insegnanti cercavano di dare coraggio agli allievi,
di abituarli a sentirsi diversi ma
non inferiori. Fu un lavoro delicato e difficile, anche
perché alcuni
ragazzi provenivano
da famiglie che erano state fortemente fasciste. La scuola
non era ben vista dalle
autorità e per un certo periodo Matilde ed altri
insegnanti furono precettati e mandati a
lavorare al reparto estero del Consorzio Agrario Provinciale,
a preparare cassette di
patate per la Norvegia. Matilde infilava nelle cassette
messaggi e informazioni sulla
loro situazione, in inglese, sperando che qualcuno li
leggesse e venisse a liberarli!
Negli stessi anni frequentava l'università a Padova,
dove si laureò in lettere nel 1940.
Anche qui si dava da fare: faceva la staffetta con la
stampa clandestina e teneva i
contatti tra gli antifascisti di Ferrara e il gruppo
padovano che faceva capo a Concetto
Marchesi e Norberto Bobbio, entrambi insegnanti a Padova.
Concetto Marchesi, suo
professore, più tardi scrisse di lei: «il
suo nome suonava allora come quello di una intrepida
compagna che dava agli anziani l'esempio della fermezza,
dell'intelligenza e
dell'onore».
L'11 giugno del ‘43 venne arrestata con altri
compagni con l'accusa di azione sovversiva
e rimase in carcere fino alla caduta di Mussolini, avvenuta
il 25 luglio 1943. Quando
venne condotta in carcere, la madre la salutò dandole
un bacio e dicendole: «Adesso
fa il tuo dovere!». Sostenne lunghissimi interrogatori,
sapendo che non doveva
assolutamente parlare, fece lo sciopero della fame e
quello dell'aria – rinunciava
cioè
all'ora d'aria –, subì le angherie
di guardie carcerarie «sadiche e mal pagate»,
come
lei stessa le ha definite. Si ricorda in particolare
con raccapriccio di una guardia sarda
che si divertiva a picchiare le carcerate omosessuali
con la fibbia della cintura: la
faceva assistere al pestaggio minacciandola che se non
fosse rimasta immobile le
avrebbe picchiate più forte. Sempre lo stesso
uomo, le portava da mangiare in cella.
Matilde, giovane e orgogliosa, a volte "faceva la dura" e
rifiutava il cibo: la guardia
allora le gettava il piatto di minestra in faccia, ma
poi, appena se ne era andato, lei,
affamata, tirava su la minestra dal pavimento prima che
le cimici ci si avventassero
sopra e la mangiava.
Uscita dal carcere non pensò subito di andar via da
Ferrara, ma ai primi di novembre
un signore fermò la madre per strada e le disse
di avvisare Matilde di non tornare a
casa perché c'era in giro "il camion
che tirava su i politici". Matilde scappò in
bicicletta a Rubiera e da lì prese il treno per
Roma. Non potendo più tenere
il suo nome, assunse
quello della cugina Giuliana Sala, emigrata in America.
In un primo tempo fu ospitata
da Pina Brunelli, poi, tra novembre e dicembre, visse
a Rocca di Papa, vicino Roma, a
casa di un conoscente dell'amico Ettore Vitali.
Se ne dovette andare quando scoprì
che quest'uomo aveva contatti con i tedeschi. A
Roma entrò presto
in contatto con i
gruppi di lotta del PSIUP - Partito socialista di unità proletaria
- e cominciò così la sua
battaglia partigiana.
Matilde ricorda alcuni compagni di lotta, con i quali
condivise momenti indimenticabili,
belli e brutti: Vito Morpurgo, Carlo Andreoni e suo fratello
Giorgio, Aladino Govoni, fucilato
alle Fosse Ardeatine, Angelo Lombardi detto, "Lampo",
il compagno di tante azioni, e
poi Piero e Anna Battara, Cerri del gruppo Ferrovieri
di Roma, Eugenio Colorni, il Dottor
Franco Franchini, l'Avvocato Domenico Grisolia,
Elena La valle, Matteo e Giancarlo
Matteotti, il Professor Pino Marafini, Ida Palombi, Leonida
Repaci, il Dottor Appio Claudio
Rocchi, il Tenente Piero Spaccamonti, Giorgio Vecchietti,
Ettore Vitali, per citarne alcuni.
Con loro Matilde svolgeva servizio di informazioni, faceva
la spia infiltrandosi tra i fascisti,
si occupava della compilazione e distribuzione di documenti
falsi, distribuiva giornali e
opuscoli di propaganda, trovava rifugio a ebrei e perseguitati,
trasportava armi da una
Matilde Bassani Finzi Partigiana 11
parte all'altra della città.
Il 23 marzo del 1943 – era andata in Vaticano per
cercare ospitalità per due rifugiati
polacchi – fu fermata dalle SS e dalla polizia fascista:
riuscì a fuggire, ma le spararono
a un ginocchio. Questo ed altri episodi furono poi trasmessi
da Radio Londra nel racconto"Un'insegnante combattente".
Poco prima, ospite a casa delle amiche Donna Manù e Liana
Balbo a Punta Ala, aveva
conosciuto il futuro marito Ulisse Finzi. Liana Balbo
infatti lo aveva invitato tramite un
telegramma nel quale, scherzando, gli comunicava di aver
trovato una moglie per lui:
Ulisse, accettato l'invito, arrivando aveva trovato
Matilde agghindata come una sposa
con un vestito fatto di tende. I due si sposarono davvero
pochi mesi più tardi, il 4 aprile
del 1945.
Insieme ai fratelli Andreoni e a Ulisse, Matilde fu tra
gli organizzatori del Comando Superiore
Partigiano. Le principali attività del Comando durante il
periodo clandestino, cioè fino
alla liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944, furono
la formazione di bande
partigiane, il mantenimento dei contatti con l'Italia centro–settentrionale,
un servizio di
informazioni militari, l'organizzazione di azioni belliche
e di sabotaggio, l'emissione di
documenti falsi, la diffusione di stampa clandestina
di vario genere e del giornale "Il
Partigiano", fondato da Carlo Andreoni. Dopo la
liberazione di Roma il Comando
cominciò una collaborazione con gli alleati in
vari campi, tra cui lo scambio di
informazioni militari e politiche, l'epurazione fascista,
la partecipazione alle attività del
Psicological Warfare Branch, l'Ufficio per la Guerra Psicologica.
Il Comando divenne«un vero centro di smistamento dei patrioti»,
come si legge in una lettera del Comando
stesso agli alleati. Si occupava dell'assistenza
ai partigiani che numerosi si presentavano
ogni giorno alla sua sede, dando loro vitto e alloggio,
vestiti, denaro, cure mediche,
cercando loro un lavoro. Portava notizie alle famiglie
dei partigiani che ancora si
trovavano nei territori occupati, svolgeva attività di
propaganda tramite volantini,
manifesti e il giornale "il partigiano".
Mentre lavorava con il CSP, Matilde collaborava con il
PWB scrivendo articoli per "Italia
Combatte", trasmissione radiofonica e giornale che veniva
paracadutato dall'aviazione
nei territori ancora occupati.
Una missione molto importante fu quella dell'agosto del ‘44:
con un gruppo di compagni
di Roma Matilde andò a Firenze, mentre ancora
si combatteva la battaglia per la
liberazione, per portare armi ai partigiani della brigata
Bruno Buozzi. Il gruppo riuscì ad
arrivare a destinazione grazie al potente lasciapassare
della Central D Section del
Psicological Werfare Branch.
Dopo la guerra Matilde e Ulisse sono andati a vivere
a Milano. Ulisse ha ripreso l'attività
di pellicciaio rimettendo in sesto l'azienda di
famiglia, mentre Matilde ha lavorato nel
campo del sociale, in particolare occupandosi di rapporti
genitori-figli e di problemi di
sessuologia.